Quattro chiacchiere...nel buio

Il buio, come il lupo, non è più una minaccia, ma un elemento affascinante e ricco di misteri.
Proprio Buio è il titolo di uno degli spettacoli più amati di questa edizione di Segni New Generations Festival.

Per questo siamo andati alla ricerca della compagnia Scarlattine Teatro e abbiamo fatto loro qualche domanda... Il buio è una materia-non materia particolarmente ambigua, che tradizionalmente fa paura. Come mai avete deciso di esplorare proprio questo tema?

Per lavorare con i bambini piccolissimi partiamo sempre pensando a quale "materiale originario" ci può permettere una ricerca che apra un canale comunicativo con i piccolissimi, che sia strumento attraverso il quale stimoliamo uno stupore, per restituire una bellezza. In passato abbiamo scelto il sale, le catene, le stoviglie della casa e poi ci siamo domandate come sarebbe stato ricercare su qualcosa di intangibile ma tanto condizionante come la luce e quindi il buio. Inoltre il buio come luogo del non conosciuto ci sembrava nascondesse una possibilità di incontro speciale con i piccolissimi: si dice spesso che i bambini hanno paura del buio ma in fondo loro sono usciti dal buio dell'utero materno da pochissimo tempo e intuivamo che il buio potesse essere anche altro, rispetto alla paura. Per i bambini più piccoli, lo abbiamo toccato con mano durante il periodo di ricerca nei nidi francesci, il buio può essere rassicurante, avvolgente, il luogo del sogno, del sonno, dell'altrove. Da allora stiamo continuando la ricerca anche con gli adolescenti, gli adulti, gli ammalati. Stupide sempre più di tutto quello che si può trovare indagando la dicotomia buio-luce

Lavorate con i bambini molto piccoli, ma anche con adolescenti e adulti. Come cambia il vostro approccio alla materia e al linguaggio scenico in base al vostro pubblico?

A seconda della persona a cui ti rivolgi, se vuoi realmente comunicare, devi mettere in gioco linguaggi diversi, specifici, pensati. Lavorare con i bambini piccoli per esempio ti obbliga a non utilizzare la comunicazione verbale in modo prioritario, ti porta a pensare al suono della parola prima che al suo senso, alla ricerca di una gestualità significante, ti spinge all'ascolto, nello stare presenti a ciò che accade che è assoluto.
Per gli adolescenti è ancora un'altra cosa e così ancora per gli adulti. L'approccio alla materia cambia inevitabilmente: se mettiamo in mano ad un bambino di 22 mesi una torcia elettrica e lo lasciamo libero di indagare lo strumento la sua attenzione andrà al fascio di luce, in relazione al suo corpo, al movimento e se scoprisse l'interruttore accenderà e spegnerà ripetutamente. Come uno scienziato resterà attaccato al reale indagandolo con precisione e curiosità. Un adolescente con una torcia elettrica cosa farà? Può giocare a guardie e ladri, raccontarti una storia di paura, mettersela in bocca per trasformarsi in uno zombie. Forse non farà altro che cercare nel buio le facce di chi gli sta di fronte.  Noi cerchiamo di restare in ascolto. Il linguaggio scenico si trasforma, il senso si stratifica.

Per Buio avete lavorato con Sabrina Rossi, esperta in didattica della fisica. Come si sono intersecate la dimensione scientifica con quella prettamente artistica?

E' stato molto bello lavorare con Sabrina Rossi nella fase di ricerca che ha preceduto la costruzione dello spettacolo. E' stato un incontro fatto di persone ed esperienze che testimoniano la capacita dei piccolissimi di esplorare con attenzione il mondo naturale e di trasformare l'esperienza acquisita in ulteriori possibilita di esplorazione e conoscenza, occasioni di espressione di se' e di relazione con l'altro, opportunita di gioco e creazione artististica ed estetica.Un incontro tra sguardi rivolti agli stessi bambini, tra modi di ricerca affini, tra posture di ascolto e osservazione comuni, tra prospettive di lettura e interpretazione complementari.  
A partire da una situazione di sperimentazione con sorgenti di luce differenti, filtri, oggetti colorati e trasperenti/opachi, occhialini multispettrali e dall'osservazione di fenomeni fisici su luce, colore, ombre e buio, si e' giunti alla consapevolezza che la differenza essenziale nelle due diverse esperienze di ricerca era nella prospettiva con cui esse venivano lette e interpretate. Da una parte, la prospettiva della fisica e dell'educazione scientifica, dall'altra quella del teatro e dell'educazione estetica ed artistica. Prospettive diverse, ma complementari. Prospettive che, messe in condivisione e a servizio della ricerca nell'educazione nella prima infanzia, possono contribuire a costruire proposte educative rispettose delle grandi potenzialita' dei piccolissimi e capaci di stimolare tutte le dimensioni dello sviluppo del bambino. 

Il teatro può essere un mezzo di comunicazione e divulgazione didattica?

Non crediamo che il teatro debba avere come obiettivo primario quello della divulgazione didattica ma può essere uno strumento potente per farlo.

Chiara Marsilli